In poche ore ci siamo imbattuti:
- in un documento in cui il Segretario Generale del Ministero, il sempre-verde Marco Mancini, velatamente invita i Rettori a mettere in riga gli studenti (ma è questo il suo compito?);
- nel documento in cui la neo-presidente della CRUI, Laura Ramacciotti da indicazioni precise su come gestire l’accoglienza degli studenti Palestinesi in arrivo (si spera presto) da Gaza, senza in nessun modo preoccuparsi dei tanti problemi pratici che questi studenti in fuga da un orrore infinito dovranno affrontare, ma preoccupandosi di ricordare che “soggetti istituzionali […] avrebbero piacere di figurare nelle iniziative di destinate a rendere visibili gli arrivi”;
- nella orribile riforma dell’ANVUR che sempre più si occuperà dei processi formativi e che colloca l’Agenzia sotto stretto controllo governativo.
In questo crescendo di sgomento, abbiamo avuto modo di visionare alcune bozze, con ogni probabilità derivanti dalla Commissione presieduta da Ernesto Galli della Loggia, relative alla riforma della gestione delle Università. L’università che queste bozze disegnano rafforzerebbe i potentati locali (il Direttore per i dipartimenti, il Rettore per gli atenei) ma aggiungerebbe un livello superiore di controllo, in capo addirittura al Governo. Volendola riassumere in una battuta, questa riforma trasformerebbe il rettore da “uomo solo al comando” a “uomo (filo-governativo) solo al comando”.
La portata delle riforme trapelate sarebbe tale da prevedere l’obbligo di rivedere tutti gli Statuti e, come già fatto in passato, “regalerebbe” ai rettori in carica – il cui mandato di sei anni è già estremamente lungo – una proroga. Qualcuno potrebbe interpretarla come una moneta di scambio. Noi speriamo vivamente che non si sia arrivati a livelli così miserabili.
Proviamo a entrare nel merito di alcuni degli aspetti che ci sembrano più rilevanti, iniziando dall’ingerenza del governo sugli Atenei.
Gli ultimi anni ci hanno insegnato che una potente leva di controllo in mano al Governo esiste già ed è stata ampiamente utilizzata da tutti i governi degli ultimi venti anni: la leva economica. Centellinando le risorse e indirizzandole, già da tempo infatti si “pilota” quella che dovrebbe essere l’autonomia degli Atenei. Lampante è, ad esempio, la leva strumentale dei cosiddetti “punti organico”, unità di conto che impediscono agli Atenei – perfino a quelli che avrebbero risorse – di poter assumere personale.
In questa ipotesi di riforma tuttavia si andrebbe oltre, giacché si prevedrebbe un’ingerenza diretta del Governo all’interno del Consiglio di Amministrazione. Questo si realizzerebbe attraverso l’obbligo di ogni Ateneo di far sedere nel CdA un componente nominato dal Ministro (magari un giorno, chissà, potrebbe addirittura presiederlo il CdA!). L’ingerenza della politica sulle università non si limiterebbe a questo, ma passerebbe anche dall’imposizione di due componenti nel CdA da parte degli enti locali.
Il Ministero, inoltre, influirebbe sulla politica dell’Ateneo anche imponendo delle “linee generali”, di cui il rettore dovrebbe “tenere conto”.

La figura del rettore, per la quale già oggi è previsto un lunghissimo mandato (6 anni), supererebbe per durata addirittura quella del Presidente della Repubblica (7 anni), arrivando a un mandato record di 8 anni. Per di più, nelle bozze visionate, non sarebbe neppure più previsto il limite di un solo mandato. Come foglia di fico per coprire una così assurda durata della carica, della quale evidentemente perfino chi la propone si vergogna un po’, a metà degli 8 anni sarebbe previsto un imbarazzante plebiscito di “conferma in carica” del rettore, ovviamente senza candidature alternative.
Ma ancora non basta. Chi vuole potenziare ancora di più la figura dell’ “uomo solo al comando” (che, forse si ricorderà, in tempi che ora sembrano lontani avrebbe dovuto essere un “primus inter pares”) non tollera neanche in linea di principio potenziali contro-poteri e, dunque, prevede che i direttori di dipartimento vengano rinnovati in coincidenza dell’elezione e della (imbarazzante, lo ripetiamo) pantomima della conferma del rettore. Allo stesso modo, e per lo stesso motivo, il direttore generale inizia e cessa il suo lavoro a cascata con il rettore, del quale deve applicare gli indirizzi.
Complessivamente, quale che sia la forma che poi prenderà in dettaglio la proposta di legge finale, l’allarmante indirizzo complessivo che emerge è un approccio dirigistico, intollerante anche a pallidi spiragli democratici (per inciso per il CdA, ad esclusione di quella studentesca, sarebbe esclusa la possibilità di una componente elettiva) e caratterizzato dalla malcelata volontà di un controllo governativo sempre più capillare anche delle università.
Resta, prima di concludere, la domanda fondamentale. Perché? Perché si vuole mantenere un controllo così capillare del sistema universitario pubblico? Lo si è già impoverito per fare largo agli ingordi interessi delle università profit depotenziando gli strumenti che assicurano il diritto allo studio e che dovrebbero dare concretezza al dettato costituzionale che ci ricorda che tutti, se “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Lo si è indebolito, il sistema universitario pubblico, precarizzando selvaggiamente e in modo sempre più massiccio il personale, evitando con pervicacia qualsiasi misura che avrebbe potuto alleviare gli effetti devastanti della bolla di precariato prodotta dal PNRR. Anzi, cercando di sfruttarla in ogni modo costruendo una guerra tra poveri con in palio lavori poveri.
E, dunque, perché la smania di controllare il sistema universitario pubblico? La risposta non è difficile da immaginare se si compongono tutte le tessere del puzzle che ci sono piombate addosso in queste giornate di metà ottobre. I documenti ed i provvedimenti in discussione riflettono chiaramente le preoccupazioni e l’insofferenza di chi governa per le crescenti manifestazioni di dissenso che, soprattutto nelle e dalle università, si sono sviluppate negli ultimi mesi. Ecco dunque una possibile interpretazione che svelerebbe l’arcano: non sono solo interessi meramente economici (anche privati) a motivare questi provvedimenti di controllo degli atenei, ma c’è anche la preoccupazione che questi possano essere volano dell’elaborazione di un pensiero critico non gradito ai “manovratori”. Il che, a ben vedere, farebbe parte della loro alta funzione formativa.
Di fronte a tutto questo, ci domandiamo: è il caso di aspettare inerti l’approvazione di norme come queste, oppure è già da ora opportuno far emergere in modo forte l’idea di università pubblica, libera e aperta – e soprattutto democratica – che, in sintonia con la Costituzione, va affermata e difesa?
A noi piacerebbe che si generasse una mobilitazione “alta”, pacifica e diffusa: una mobilitazione che partisse dai dipartimenti e dagli atenei, da chi nell’università studia, lavora o chi ne apprezza la funzione civile, ma che li aprisse, che fosse partecipata, attraversabile, porosa.
Perché ciò che si cerca oggi di fare all’università è ciò che si cerca di fare alla società. Chiedendoci che università vogliamo, ci stiamo anche chiedendo che società vogliamo.





