Roma 8 Luglio 2025
Senatrici e Senatori, Presidente, ringraziamo per l’invito a questa audizione, ancora una volta, dedicata a temi fondamentali per l’Università e la Ricerca in Italia.
E ancora una volta, come già in una recente altra audizione su un provvedimento che introduce nel sistema due nuove tipologie di precariato (26/5/2025), ci preme sottolineare che il metodo è la cosa che più ci preoccupa. Si sta costruendo “a tasselli” una riforma profonda del sistema di istruzione superiore, il cui sviluppo “estemporaneo” ha eluso la necessità di un confronto ampio e radicato negli atenei, che sarebbe stato invece necessario. A dispetto di tale frammentazione, dall’insieme di questi provvedimenti emerge un quadro di progressivo indebolimento dell’istruzione superiore pubblica che ci preoccupa.
1553 – In merito al provvedimento 1553, non seguiremo l’ordine dell’articolato, ma inizieremo da ciò che ci appare più importante rimarcare.
CUN – Articolo 4 (Disposizioni urgenti riguardanti il Consiglio Universitario Nazionale). Nel merito di quanto proposto, la regolarità nelle elezioni degli organi rappresentativi è un ingrediente essenziale dell’esercizio di controllo democratico dell’organo stesso e non può essere derogata, se non in casi di eccezionale rilevanza. Non ci sembra che ricada in questa fattispecie di eccezionalità l’attesa di una imminente riforma dell’organo, e dunque crediamo sia sbagliato prevedere una ulteriore proroga della composizione attuale in luogo della normale e fisiologica procedura elettorale di rinnovo. Peraltro, osserviamo, tale proroga viene prevista per la seconda volta attraverso la conversione di un decreto-legge (la prima fu inserita nella legge di conversione del DL 28 ottobre 2024, n. 160); nella prima proroga, alla fine del 2024, il Parlamento aveva annunciato l’imminente riforma del CUN, che evidentemente avrebbe dovuto essere conclusa al 31 luglio 2025, data di scadenza della prima proroga. Questa riforma non solo non si è conclusa, ma non ce n’è neppure traccia documentale. Ci domandiamo, allora: dov’è il testo della bozza di riforma? Speriamo in una nostra svista, ma questa bozza ci pare non esista, o non sia pubblica. Vi chiediamo allora rispettosamente di renderla pubblica prima possibile, così che la comunità universitaria possa avere un’idea di come il Parlamento (e la maggioranza) ritiene di ridisegnare il massimo organo di rappresentanza democratica del sistema universitario. Se, invece, non è ancora stata scritta la prima parola della bozza, e dunque non è possibile pubblicarla, chiediamo che non si ostacoli la scelta democratica dei Consiglieri e che siano immediatamente indette le elezioni, già bloccate nove mesi fa, dato che le tempistiche per una eventuale riforma del CUN sarebbero tali da non giustificare un ulteriore ritardo nel rinnovo democratico della sua composizione. Questa riforma del CUN, similmente ad rivoluzioni silenziose dell’Università italiana, temiamo possa completare un lungo iter di neutralizzazione dell’unico organo veramente rappresentativo dell’Accademia. Una riforma del CUN, dato il suo rilievo nazionale, dovrebbe seguire partecipate discussioni sulle sue funzioni, che non possono conciliarsi con l’annunciata, anche se non giustificata, necessità di tempi brevi, ragione ulteriore per cui il regime di prorogatio ci sembra non avere alcun senso. Abbiamo peraltro letto con disappunto e sconcerto la frase contenuta nella relazione in cui si legge a proposito di tale riforma che “l’organizzazione e il funzionamento [rispondono] alle esigenze di semplificazione, di razionalizzazione e di contenimento delle spese, in coerenza, altresì, con la tempistica di attuazione degli interventi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, che rende plasticamente evidente come, a giudizio di questo Parlamento (in particolare di questa maggioranza), l’esercizio di pratiche democratiche sia diventato un lusso che non ci si può (vuole?) più permettere.
RicercaSud – L’articolo 5 (Disposizioni urgenti per il potenziamento del Piano d’Azione RicercaSud), “intende svincolare le risorse finanziarie stanziate […] per la costituzione di Ecosistemi dell’innovazione nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.” Consideriamo positivamente il superamento dei cosiddetti “ecosistemi dell’innovazione”: ci pare una indiretta presa d’atto del fallimento del processo di istituzione dei Centri Nazionali, i Partenariati Estesi e, appunto, gli Ecosistemi dell’Innovazione, che sembrano aver funzionato più che altro a vantaggio di chi li ha gestiti. Allo stesso modo riteniamo positivo che si sia individuata come prioritaria la necessità di colmare il divario Nord-Sud. Tuttavia, più che con azioni straordinarie, come quelle in discussione, noi crediamo che questo obiettivo si possa meglio raggiungere rivedendo le modalità con cui è ripartito l’FFO e/o i cosiddetti “punti organico” (concetto che, comunque, sarebbe importante superare). Rimaniamo quindi scettici sull’alternativa proposta: un piano di ricerca per il Sud che resta, similmente ai Centri Nazionali ed ai Partenariati Estesi, affetto dalla stessa opacità nelle dinamiche che hanno portato alla sua definizione. La ricerca non ha bisogno di interventi improvvisati, discontinui e fantasiosi: si diano agli atenei del Sud finanziamenti congrui e regolari utilizzando strumenti consolidati (come, banalmente, l’FFO, o anche quote dedicate nei PRIN. A proposito, esistono ancora?)
Semplificazioni – Veniamo rapidamente (visto il tempo limitato per l’audizione) al resto del provvedimento. Riguardo la necessità “di semplificare le procedure e gli interventi” noi riteniamo che un’organica de-burocratizzazione delle università sia una esigenza urgente, ben al di là delle esigenze legate agli “ambiziosi obiettivi da raggiungere nell’ambito del PNRR”. Tali semplificazioni dovrebbero peraltro interessare tanto le incombenze del personale docente quanto quelle del personale amministrativo, dato che è a nostro giudizio privo di giustificazione l’assimilare sic et simpliciter un’istituzione dedicata a ricerca, innovazione e didattica a un qualunque ufficio con attività ripetitive e prevedibili con largo anticipo. Crediamo invece che a colmare tale divario a poco servano le semplificazioni delle procedure concorsuali introdotte con l’art. 3, cui al contrario guardiamo con qualche preoccupazione. Ci sembra evidente il rischio che il consueto richiamo alle procedure in urgenza finisca per determinare un’eccessiva deregulation con conseguente opacità e/o scarsa qualità delle procedure. In particolare la deroga alle sancite necessità di possedere un dottorato o un master di secondo livello per l’accesso a figure di “elevate professionalità” cozza con quella che per noi è la vera urgenza oggi, ossia trovare sbocchi professionali, che potranno certamente migliorare la funzionalità delle strutture di arrivo, alle tante figure altamente qualificate che si sono formate anche con i bandi emanati con fondi PNRR.
Personale esterno – Il comma 5 reca “interventi in materia di incremento della dotazione finanziaria destinata al personale, anche estraneo alla pubblica amministrazione”: ribadiamo una pregiudiziale contrarietà agli affidamenti ad esterni, operazione sempre descritta come “efficientamento” ma in realtà destinata a snaturare l’istituzione universitaria.
Infine, giacché si parla di decretazione d’urgenza, almeno che sia usata per rimediare al danno fatto con l’altra decretazione d’urgenza recentemente approvata, ovvero l’abrogazione dell’esenzione fiscale delle borse di studio per la ricerca post-laurea. Ci giunge voce che la correzione potrebbe essere inserita nel DL 9o/2025, ma prima è, meglio è.
Brevemente sul provvedimento 1518.
1518 – Ribadiamo che temi fondamentali come la riforma del reclutamento della docenza universitaria dovrebbero essere elaborati a valle di una massiccia condivisione di idee con la comunità accademica, anziché derivare dalla visione di pochi. Citiamo testualmente, “i tratti fondamentali delle proposte elaborate nell’ambito del Gruppo di Lavoro nominato con decreto del Ministro dell’università”. Detto questo, quando ci confrontiamo con un provvedimento legislativo per commentarlo, tipicamente proviamo a capire quale è il problema che il legislatore intende risolvere e ci interroghiamo se l’obiettivo sia condivisibile oppure no. Solo a quel punto, ed indipendente dalla valutazione sulla opportunità degli obiettivi fissati, proviamo a capire se il provvedimento in questione risponde agli obiettivi che il legislatore si è dato. Proviamo a farlo anche in questo caso.
Obiettivo? Al di là delle dichiarazioni generiche lette nella relazione illustrativa ( “persegue la finalità di promuovere la qualità del sistema universitario italiano”, “renderlo maggiormente accessibile agli studiosi più giovani”) è difficile capire quale sia l’obiettivo di questa riforma. La motivazione indicata nella relazione sembrerebbe legata alla circostanza che la ASN costituisca una sorta di diritto acquisito alla chiamata in ruolo o al passaggio di ruolo. A parte la genericità di questa affermazione tutta da dimostrare, cosa fa pensare che il raggiungimento del semaforo verde non determini le stesse aspettative? La motivazione ci appare francamente risibile e tutto il provvedimento sembra essere un tentativo gattopardesco di cambiare tutto perché nulla cambi. I problemi veri, che varrebbe la pena affrontare, sono, per citarne alcuni, l’eccesso di potere delle scuole main stream oppure un eccessivo peso di baronie locali nella selezione. Rispetto a questi problemi, questo provvedimento non è la soluzione: sembra, anzi, aggravare le criticità. In entrambi i casi l’antidoto, a nostro avviso, è solo uno: rinforzare gli anticorpi della comunità accademica. Una moral suasion delle comunità accademiche che può arrivare solo da riforme che le rendano compiutamente democratiche. Le evidenti difficoltà nel definire procedure concorsuali “eque” sono dovute ad una straordinaria capacità delle “scuole” o delle “baronie locali” nel trasformare i concorsi in un esercizio di potere, che deve protrarsi il più a lungo possibile, riguardando anche il passaggio da P.A. a P.O., (passaggio che tipicamente avviene in età lavorativa avanzata). La soluzione vera a questo problema non è inventarsi questo o quel bizantinismo o considerare artificiosamente i ricercatori di un dato macroambito identici, ma nel limitare le occasioni per esercitare questo potere istituendo il ruolo unico della docenza. Non è questa la sede per approfondire questo discorso, ma appare evidente che qualsiasi modalità si possa escogitare, il concorso per l’assunzione in cattedra resterà un esercizio di pressione di pochi verso tanti. Fatta questa doverosa premessa, a noi pare che il presente provvedimento non introduca le novità sostanziali che pure promette. La autocertificazione dei requisiti per nulla diversi da quelli attualmente adottati ora per l’ASN (“Tali requisiti riprenderanno in parte gli attuali titoli richiesti per il conseguimento dell’ASN”, si legge testualmente nella relazione) senza il vaglio di una commissione che ne giudichi la congruità al Gruppo disciplinare è l’apoteosi della bibliometria, un concetto paradigmaticamente a-scientifico. Un chimico potrà avere parametri citazionali molto elevati, ma questi non ne faranno un biologo.
La Tenure track – Diamo per scontato, ma andrebbe scritto esplicitamente, che tali cambiamenti non dovrebbero in nessun modo cambiare de facto le procedure di trasformazione in Professore Associato degli Rtt. A questo proposito pensiamo che, alla luce dei presenti cambiamenti, possa essere sufficiente una delibera dipartimentale volta a confermare l’autocertificazione del candidato sul superamento dei requisiti stabiliti. Suggeriamo di inserire in modo chiaro e netto questa previsione. Il meccanismo di Tenure Track DEVE prevedere, che una volta soddisfatti certi requisiti, la persona che ha dimostrato di ottenerli abbia diritto a entrare in ruolo, e che ciò non dipenda da “favori” concessi da altri. Un diritto, non un “favore” perché a colpi di “favori” l’Accademia che vorremmo non si realizzerà mai.
Omogeneizzazione – Apprezzabile il tentativo di omogeneizzare alcuni aspetti legati alla composizione delle commissioni per Rtt: un maggiore sforzo per uniformare le procedure tra i vari atenei è importante per questo percorso che rappresenta la via maestra per entrare in ruolo.
Trasferimenti – Esprimiamo qualche preoccupazione anche sul “trasferimento unidirezionale”: il rischio che possano ulteriormente impoverirsi le sedi disagiate sembra evidente, e quel “potranno essere previste apposite premialità in favore degli Atenei “cedenti”” ci sembra troppo generico. Occorre prevedere, per le università da cui ci si sposta, un meccanismo di recupero e di reintegro del/della docente che ha effettuato il trasferimento. E questo è incompatibile con una previsione di invarianza di spesa.




